Istat. 90 anni di Italia: presentato il Rapporto 2016

Roma 27/05/2016

Maria, Anna, Francesca: tre generazioni di donne italiane sono assunte dal presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, come «espediente narrativo» per illustrare 90 anni di trasformazioni della società italiana, durante la presentazione del «Rapporto annuale 2016 – La situazione del Paese», avvenuta il 20 maggio scorso alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella...

“L’Italia sta uscendo da una recessione lunga e profonda sperimentando un primo importante momento di crescita persistente ma a bassa intensità”. E’ quanto ha affermato il presidente dell’Istat Giorgio Alleva durante la presentazione del rapporto annuale alla Camera. Per il futuro il quadro non è entusiasmante. “Nel 2025 il tasso di occupazione resterà prossimo a quello del 2010, a meno che non intervengano politiche di sostegno alla domanda di beni e servizi e un ampliamento della base produttiva", si legge nel Rapporto. Confermato il calo delle nascite: il numero medio di figli per donna decresce senza soluzione di continuità. Sempre più trentenni rimangono in casa con i genitori e si formano meno famiglie. “Rimane forte il legame tra redditi percepiti e contesto socio economico della famiglia di provenienza che ostacola la mobilità sociale”. C'è una correlazione dunque sempre maggiore tra il livello professionale dei genitori, la proprietà della casa e la posizione dei figli.

Istat: tornano investimenti e crescita «persistente ma a bassa intensità», resta l’allarme povertà
...Dopo una recessione «lunga e profonda, senza più termini di paragone nella storia in cui l'Istat è stato testimone in questi 90 anni», l'Italia sperimenta «un primo, importante, momento di crescita persistente anche se a bassa intensità», ha spiegato il presidente dell'Istat Giorgio Alleva: «Rispetto ai precedenti episodi di espansione ciclica la ripresa produttiva appare caratterizzata da una maggiore fragilità». Per Alleva la lunga crisi di questi anni ha fatto emergere «alcune criticità relative all'efficacia del sistema redistributivo e alla tenuta del sistema produttivo». Non mancano però gli «elementi positivi», come la «maggiora sostenibilità del debito pubblico, la capacità competitiva sui mercati esteri, il miglioramento delle condizioni degli anziani» e le principali strategie che hanno «confermato la loro importanza, prime fra tutte il ruolo protettivo del capitale umano per i singoli individui e più in generale gli investimenti come chiave della ripresa»...

L’Istat fotografa cinque generazioni. Le donne ancora senza parità e i giovani inseguono sempre il lavoro
I segnali di ottimismo e di pessimismo si alternano: l’Italia sta uscendo dalla crisi economica più dura mai affrontata, ma la ripresa è «a bassa intensità». Le donne non hanno ancora raggiunto la parità: il 20% di chi lavora abbandona dopo la maternità.
Profittando della ricorrenza dei 90 anni dell’Istat, il presidente Giorgio Alleva, presentando questa mattina il Rapporto 2016 dell’Istituto di statistica, ha avuto gioco facile nel mostrare gli enormi cambiamenti che hanno fatto dell’Italia il Paese che è. Con la sua forza e le sue debolezze. Lo ha fatto utilizzando un capitolo nuovo del rapporto, dedicato alle cinque generazioni che si sono succedute dal 1926 a oggi: da quella della «ricostruzione> (1926-45) a quella delle «reti», che riguarda i nati dal 1996 in poi. In mezzo, la generazione del «baby boom» (1946-65), quella della «transizione» (1966-80) e quella dei «millennial» (1981-95). Ne abbiamo fatta di strada...

Istat, i giovani del 2016: poco occupati, poco coinvolti. Sei su 10 vivono con i genitori, il 42% sogna un futuro all'estero
I grandi cambiamenti della Generazione della ricostruzione, l'impegno e le aspettative dei Baby boomers, le prime difficoltà della Generazione di transizione, lo smarrimento dei Millennials, trincerati in casa con i genitori e all'inseguimento di un lavoro che non c'è, fino all'alienazione della Generazione delle Reti, sempre connessi, cosmopoliti, con lo sguardo ormai irrimediabilmente rivolto verso gli altri Paesi.
Il Rapporto Istat di quest'anno coincide con il novantesimo compleanno dell'Istituto, e non resiste alla tentazione di tracciare un efficace ritratto, una narrativa per dati dell'evoluzione del Paese dal dopoguerra ai giorni nostri. Con un'istantanea del presente non molto entusiasmante...

Istat, la staffetta generazionale non funziona. Tra lavoro e conflitti, la fotografia del Paese
I giovani sono sovraistruiti per i lavori che fanno e il loro peso è sempre minore. Sono impiegati soprattutto nel privato. Calano i Neet, ma restano 2,3 milioni.
Generazioni in conflitto, in alcuni casi, reti e complementarietà da costruire in altri. Nuovi problemi che emergono, primo fra tutti quello delle protezioni sociali che si rendono necessarie oggi e nel futuro prossimo. E tra le righe il rapporto dell’Istat mette in dubbio che uno dei temi più dibattuti degli ultimi tempi, quello che la staffetta generazionale giovani/anziani sui luoghi di lavoro possa funzionare davvero per dare una prospettiva di lavoro alle nuove generazioni, come tanti economisti (ma anche i sindacati) sostengono...

Istat: l’Italia ha speso meno degli altri Paesi Ue per il sistema di protezione sociale
La spesa per prestazioni sociali è pari al 27,7% del Pil nella media dei Paesi Ue, mentre è al 28,6% in Italia. È quanto emerge dal Rapporto Istat 2016 sulla situazione del Paese, presentato oggi a Montecitorio. Le percentuali più alte – riporta la ricerca – sono quelle di Danimarca, Francia, Finlandia e Grecia (per tutti i paesi tra il 32,1 e il 30,3% nel 2013). I sistemi di welfare dei diversi Paesi hanno reagito in maniera diversa allo shock della crisi. Regno Unito e Svezia sono intervenuti contenendo la spesa sociale mentre Danimarca, Germania e Paesi Bassi l’hanno aumentata nel 2008 e nel 2009. L’Italia ha speso meno degli altri Paesi europei per il suo sistema di protezione sociale. Nel 2014, infatti, scrive l’Istat, la quota di persone a rischio povertà si è ridotta di 5,3 dopo i trasferimenti, mentre la riduzione media nell’Ue27 è stata di 8,9 punti...

Sempre più vecchi. La ricerca ripercorre la storia d’Italia e delle sue trasformazioni sociali ed economiche. Al 1° gennaio 2016 – si legge nel report – si stimano 60,7 milioni di residenti (-139mila rispetto al 2015) mentre gli over64 sono 161,1 ogni 100 giovani sotto i 15 anni. L’Italia, quindi, insieme a Giappone e Germania, è uno dei Paesi più invecchiati del mondo. Diminuiscono anche le nascite, che nel 2015 sono state 488mila (-15 rispetto al 2014), e la fecondità cala per il quinto anno consecutivo (1,35 figli per donna); aumentano invece i decessi: 653mila (+54mila). Novanta anni fa, nel 1926, la situazione demografica era diversa. I residenti tra il 1926 e il 1952 passavano da 39 a 47,5 milioni, per la forte riduzione della mortalità e per la natalità ancora alta, e la vita media aumentava di circa 15 anni, passando da 52,1 a 67,9 anni per le donne e da 49,3 a 63,9 per gli uomini. Dopo la seconda guerra mondiale la popolazione cresceva ancora; le nascite superavano il milione nel 1964, e con il baby boom il numero medio di figli per donna passava da 2,3 dell’inizio degli anni Cinquanta a 2,70 del 1964. La crescita demografica rallentava a partire dalla metà degli anni Settanta, infatti al Censimento del 2001 i residenti erano poco meno di 57 milioni (erano 56,5 nel 1981). Dal 2000 la popolazione è cresciuta di nuovo, ma grazie all’immigrazione dall’estero. A gennaio 2016 i residenti italiani sono 55,6 milioni, mentre i cittadini stranieri sono 5,54 milioni (cioè l’8,3% del totale).

La vita si allunga, tanto che su 100mila residenti ci sono 31,4 persone di oltre 100 anni, perlopiù donne (83,8% al 1° gennaio 2015), e tra questi il 4,6% supera i 105 anni. Nel resto d’Europa più centenari e over100 si trovano solo in Spagna e Francia (33,3 e 368 persone per 100mila residenti). Sono però meno numerose le nuove generazioni. Infatti meno del 25% della popolazione italiana è sotto i 24 anni, una quota dimezzata tra il 1926 e il 2016. La presenza di ragazzi stranieri immigrati o nati in Italia ha bilanciato in parte quello che l’Istat chiama il «degiovanimento», cioè la progressiva diminuzione delle nuove generazioni per il calo delle nascite. Dal 1993 al 2014 in Italia sono nati quasi 971mila bambini stranieri, con un trend di crescita invertito solo negli ultimi due anni. Ai ragazzi nati in Italia (il 72,7% degli stranieri sotto i 18 anni, si aggiungono i giovanissimi arrivati insieme ai genitori o per congiungimento familiari). Tra gli stranieri sotto i 18 anni circa il 38% si sente italiano, il 33% si sente straniero, il 29% indeciso. Questa «sospensione dell’identità» è una caratteristica che interessa un numero consistente di ragazzi con background migratorio che vivono in Italia.

Matrimonio in declino. Nel 2015 il 70,1% dei ragazzi tra i 25 e i 29 anni vive ancora in famiglia, contro il 54,7% delle loro coetanee. Si tratta di percentuali più alte rispetto a quelle di 20 anni prima (62,8% e 39,8%), e questa permanenza è dovuta a diversi motivi, tra cui l’aumento della scolarizzazione e il prolungarsi della formazione, le difficoltà a entrare nel mondo del lavoro e la precarietà, la difficoltà a trovare un’abitazione. Tra le generazioni più recenti, il matrimonio è in declino in quanto posticipato verso età più mature. Nel 2014 l’età al primo matrimonio è di 34,3 anni per gli sposi e 31,3 per le spose. La famiglia tradizionale (coppia coniugata con figli) non è più il modello dominante, e rappresenta ormai meno di un terzo delle famiglie (32,9%): altre forme familiari si fanno avanti, come le famiglie unipersonali di giovani e adulti non vedovi, che ormai sono il 7,9% della popolazione, mentre le libere unioni superano il milione. In oltre la metà dei casi si tratta di convivenze more uxorio tra partner celibi e nubili, mentre le famiglie ricostituite superano il milione.

Sempre meno figli. Oltre due terzi delle trentenni (2,7 milioni) non hanno ancora lasciato la proprio famiglia e sono diminuite di circa 41mila le donne che tra i 18 e i 30 anni si sposano per la prima volta. Continua a diminuire il numero medio di figli per donna. Subito dopo la Prima guerra mondiale – riporta la ricerca Istat – i figli per donna erano 2,5, per passare a 2 dopo il secondo dopoguerra, fino ad 1,5 figli per le donne della generazione del 1970. Il calo della fecondità recente è dovuto in gran parte al posticipo delle nascite da parte della Generazione del millennio. Il posticipo riguarda tutte le tappe del ciclo della vita. Diventavano nonne entro i 50 anni il 38,2% delle donne nate prima del 1940, contro il 30% di quelle nate all’inizio degli anni Cinquanta. Per gli uomini, diventavano nonni prima dei 60 anni il 38,7% dei nati prima del 1940 e il 33,1% tra quelli nati nel periodo 1945-49. Oggi si diventa nonni in media a 54,8 anni e i rapporti tra nonni e nipoti rimangono saldi e con un ruolo attivo dei nonni, coinvolti nell’affidamento dei nipoti fino ai 13 anni in 86,9% dei casi.

Spesa prevenzione sociale sotto la media. La spesa per prestazioni sociali è pari al 27,7% del Pil nella media dei Paesi Ue, mentre è al 28,6% in Italia. Le percentuali più alte – riporta la ricerca – sono quelle di Danimarca, Francia, Finlandia e Grecia (per tutti i paesi tra il 32,1 e il 30,3% nel 2013). I sistemi di welfare dei diversi Paesi hanno reagito in maniera diversa allo shock della crisi. Regno Unito e Svezia sono intervenuti contenendo la spesa sociale mentre Danimarca, Germania e Paesi Bassi l’hanno aumentata nel 2008 e nel 2009. L’Italia ha speso meno degli altri Paesi europei per il suo sistema di protezione sociale. Nel 2014, infatti, scrive l’Istat, la quota di persone a rischio povertà si è ridotta di 5,3 dopo i trasferimenti, mentre la riduzione media nell’Ue27 è stata di 8,9 punti. Chi ha studiato vive più a lungo, soprattutto se uomo. È questo uno dei risultati delle analisi condotte dall’Istat nel Rapporto di quest’anno, che scrive che il titolo di studio incide sulla speranza di vita, soprattutto tra gli uomini. Infatti tra gli over65 uomini e donne con un titolo di studio elevato hanno un vantaggio di 2,0 (uomini) e 1,2 (donne) anni di vita.

Le condizioni economiche della famiglia di provenienza incidono per i redditi dei figli. È quanto emerge dal Rapporto Istat 2016 sulla situazione del Paese. L’effetto più rilevante – si legge nella ricerca – è nel Regno Unito, dove le persone con almeno un genitore di professione nel livello direttivo hanno un reddito più elevato del 24% rispetto a chi ha genitori occupati in professioni manuali. Il vantaggio è più basso in Spagna (17%), in Danimarca (15%), in Italia (14%), in Francia (8%). Allo stesso modo incide il livello di istruzione dei genitori, anche se diversamente nei vari Paesi. In Italia l’influenza del titolo di studio dei genitori è molto discriminante: chi a 14 anni aveva almeno un genitore con istruzione universitaria o di scuola superiore si trova ad avere un reddito, rispettivamente, del 29 e del 26% più elevato rispetto a chi aveva genitori con livello di istruzione basso. Analoghi, ma più contenuti, gli effetti in Spagna, dove il vantaggio è del 14% per chi ha genitori con titolo di studio alto e del 16% per chi lo ha medio. Il livello in Francia e Regno Unito è di circa il 15% più alto per chi ha un genitore con laurea.

I minori sono i più colpiti dalla crisi. I minori sono il gruppo, che ha pagato di più le conseguenze della crisi per povertà e deprivazione in quanto hanno peggiorato la loro condizione anche rispetto alle generazioni più anziane. L’incidenza di povertà relativa per i minori, che si era attestata tra l’11 e il 12% tra il 1997 e il 2011, è arrivata al 19% nel 2014. Tra gli anziani, invece, che nel 1997 avevano un’incidenza di povertà 5 punti più alta di quella dei minori, c’è stato un miglioramento progressivo, proseguito fino al 2014, quando l’incidenza era di 10 punti percentuali inferiore a quella dei giovani. La zona geografica di residenza, si legge nel Rapporto, insieme al titolo di studio del capofamiglia, si può associare con il rischio di povertà. Infatti i minori del Mezzogiorno e quelli che vivono in famiglie con a capo una persona con titolo di studio basso (massimo licenza elementare) presentano un rischio di povertà relativa quattro volte superiore ai residenti nel Nord e a coloro che vivono con una persona di riferimento che ha almeno un diploma.

Rapporto Istat 2016
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