Bilancio UE. Le ACLI con il Movimento Europeo: un accordo inaccettabile, nella forma e nella sostanza

Roma 15/02/2013

Il compromesso unanime dei capi di Stato e di governo dei paesi membri sulle prospettive finanziarie pluriennali 2014-2020 non è accettabile… Comincia così l’appello lanciato dal Movimento Europeo e già sottoscritto da molte personalità del mondo politico, economico e sociale, tra cui Giuliano Amato, Daniel Cohn Bendit, Barbara Spinelli, Romano Prodi, Gianni Pittella…

Sull’accordo raggiunto dal Consiglio Europeo, riunitosi a Bruxelles il 7 e 8 febbraio scorso, continuano ad infuriare le polemiche e le prese di distanza. Dal CIME arriva l’invito ai Parlamentari europei “a non cedere su quattro questioni essenziali: una più grande flessibilità nei voti a maggioranza qualificata; una clausola di revisione vincolante; delle vere risorse proprie (com’è stato stabilito nell’articolo 311 del Trattato di Lisbona: la sola alternativa alla logica, sempre più condivisa, del giusto ritorno); delle politiche comuni rivolte al futuro…”.

Pubblichiamo di seguito il testo completo della dichiarazione.
Rinviamo al sito del CIME, che provvede a registrare le adesioni, per l’elenco dei promotori – tra cui il presidente nazionale delle Acli Gianni Bottalico – e dei firmatari.

Quest'accordo di bilancio è inaccettabile

Il compromesso unanime dei capi di Stato e di governo dei paesi membri sulle prospettive finanziarie pluriennali 2014-2020 non è accettabile. Esso rappresenta l’ennesimo atto della volontà politica del Consiglio europeo di limitare la capacità dell’Unione di offrire ai suoi cittadini dei beni comuni a dimensione europea.

Mentre l’evidenza della crisi mostra che un’Unione federale è necessaria e urgente, i capi di Stato e di governo negano quest’evidenza e si rifiutano di darle gli strumenti indispensabili per rilanciare la crescita, combattere la disoccupazione e la povertà, rafforzare il suo ruolo di attore sulla scena internazionale.

Per la prima volta nella storia dell’Unione, è stata decisa una diminuzione del bilancio in rapporto ai bilanci precedenti (34 miliardi di Euro in meno rispetto alle prospettive finanziarie 2007-2013), bloccando le spese all’1% del PIL dell’Unione per gli impegni e allo 0.95% per i pagamenti con un gap fra gli uni e gli altri che potrebbe condurre a un deficit strutturale.

E’ una vittoria della rinazionalizzazione dell’Europa, voluta dal governo britannico e da molti paesi nordici.

L’azione di questi paesi si è significativamente indirizzata contro la funzione pubblica europea, garanzia di indipendenza e di efficacia delle politiche dell’Unione, con il rischio di indebolire la sua capacità di controllo sulla gestione delle spese a livello nazionale e di moltiplicare il numero già troppo elevato di agenzie che agiscono al di fuori del sistema istituzionale.

Con questa diminuzione inaccettabile, il Consiglio europeo ha contraddetto le sue proposte, quando afferma che il bilancio deve condurre l’Unione al di fuori della crisi e catalizzare la crescita e l’occupazione attraverso l’Europa.

Agendo in questo modo, il Consiglio europeo ha manifestato con arroganza il suo disprezzo verso il Parlamento europeo, cittadella della democrazia sopranazionale che rappresenta la dimensione politica ottimale per garantire la legittimità delle decisioni dell’Unione.

Siamo convinti che i diritti del Parlamento europeo coincidano oggi con i diritti dell’Unione.

Sosteniamo con forza la decisione dei capi dei gruppi politici del Parlamento europeo di non cedere su quattro questioni essenziali: una più grande flessibilità nei voti a maggioranza qualificata; una clausola di revisione vincolante; delle vere risorse proprie (com’è stato stabilito nell’articolo 311 del Trattato di Lisbona: la sola alternativa alla logica, sempre più condivisa, del giusto ritorno); delle politiche comuni rivolte al futuro.

Il Parlamento europeo manifesta così la stessa determinazione che gli ha permesso nel 1977 di contrastare l’arroganza del Consiglio nella fissazione dell’ammontare del Fondo Regionale e l’ambizione che l’ha condotto a respingere il progetto di bilancio per il 1980 aprendo in tal modo la strada al progetto di Trattato dell’Unione europea (“progetto Spinelli”).

Secondo questa logica, chiediamo al Parlamento europeo di non approvare le prospettive finanziarie pluriennali fino a che non sarà trovato un accordo all’altezza delle necessità dell’Unione.

Proponiamo che un nuovo progetto di prospettive finanziarie pluriennali sia sottoposto all’autorità di bilancio dalla Commissione dopo le elezioni europee e che il nuovo Parlamento europeo stabilisca le proprie priorità finanziarie precisando che il loro rispetto sarà una condicio sine qua non per il suo voto di fiducia alla Commissione previsto dall’articolo 17 del Trattato sull’Unione europea.

Il Consiglio dei capi di Stato e di governo, assumendosi la responsabilità di sottrarre ai ministri dell’Unione il potere di decisione sulle prospettive finanziarie, ha agito – sic et simpliciter – in qualità di Consiglio dell’Unione. Riteniamo che, d’ora in poi, i negoziati di bilancio siano effettuati direttamente fra il Consiglio europeo e il Parlamento europeo.

Siamo infine convinti che questo fallimento conferma l’urgenza e la necessità di una riforma dell'Unione, ivi compresa la procedura di bilancio, con l’eliminazione del voto all’unanimità.

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