Lavoro, salari, sviluppo economico. Politiche e opinioni a confronto

14/02/2014

Vi proponiamo di seguito due articoli che affrontano – da prospettive diverse – la questione salariale come elemento di sviluppo e benessere delle comunità, confrontando analisi e politiche a riguardo…


Stati Uniti e Italia. Un confronto impietoso
Negli Stati Uniti Barach Obama alza in maniera sostanziale il salario dei lavoratori di tutte le aziende che hanno rapporti con l’Amministrazione federale.
In Italia la Electrolux minaccia di abbassare il salario dei lavoratori delle sue aziende. Destini diversi dei due paesi. Nel primo il Pil sale più del 3% l’anno, da noi si stenta di arrivare al +1%. Il gesto del presidente degli Stati Uniti ha certamente un forte sapore elettorale, perché a novembre si vota per rinnovare tutta la Camera, un terzo del Senato e tanti governatori, ma le motivazioni espresse parlano un altro linguaggio. “Nella nazione più ricca del mondo, ha detto il presidente, non è ammissibile che un lavoratore dipendente non guadagni abbastanza per vivere”. E per questo con un provvedimento immediatamente esecutivo ha alzato il salario di quei lavoratori da un minimo di 7,25 a 10,10 dollari l’ora. Una legge avrebbe fatto di più, avrebbe interessato 17 milioni di lavoratori, ma la destra non è d’accordo, avrebbe votato contro. Quindi un primo passo, ma importante proprio per le considerazioni che hanno accompagnato questa decisione. “I profitti delle imprese, ha detto Obama, non sono mai stati così alti, la Borsa ha raddoppiato i suoi indici da quando sono diventato presidente, e nel mezzo di questa ripresa americana troppi lavorano più di prima ma non riescono ad arrivare a fine mese, le retribuzioni medie rimangono ferme, l’ineguaglianza peggiora, la mobilità sociale verso l’alto si è fermata”.

Differenze abissali con il nostro paese, ma è un dato di fatto che gli Stati Uniti hanno saputo risolvere i loro problemi e adesso il tasso di disoccupazione americano è in forte calo: era all’11% adesso è al 6,7%, la metà del nostro paese. Noi italiani siamo invece costretti a fronteggiare le richieste di Electrolux che pensa di abbandonare l’Italia, certamente di chiudere il grande stabilimento di Porcia e per mantenere una qualche produzione in Italia chiede una forte riduzione dei salari, nonostante nel nostro paese davvero tanta gente, sempre di più, non riesce ad arrivare alla fine del mese, tanti nemmeno alla metà.
La contrapposizione tra sindacati e azienda è fortissima, tutti si sono mobilitati, ma non sarà facile trovare una soluzione che riesca a salvare la produzione, soprattutto quella dello stabilimento di Porcia, una volta il fiore all’occhiello di quell’azienda. Si spera qualcosa dalla discesa nell’agone di Enrico Letta, ma è difficile che il presidente del Consiglio riesca a compiere questo miracolo. Pesano anni e anni di mancata politica industriale, di disattenzione nei confronti delle esigenze aziendali, di disinteresse nei confronti delle ragioni dell’economia, soprattutto in epoca di globalizzazione.
continua... (sito Il diario del lavoro)


La disuguaglianza non è inevitabile
di Sangheon Lee, senior economist ILO
Quando i 2.500 leader del mondo della politica e del business si sono incontrati a Davos a gennaio, molti di loro hanno visto nel crescente gap tra ricchi e poveri una della più grandi minacce all’economia globale. Negli ultimi 20 anni, la distribuzione del reddito è stata più favorevole per i ricchi, mentre la situazione dei poveri e di una gran parte della classe media è andata a deteriorarsi nella maggioranza dei paesi, ivi incluse potenze economiche mondiali come gli Stati Uniti, la Germania e la Cina.

Secondo il nuovo studio dell’ILO, Wage-led growth: An equitable strategy for economic recovery, questa tendenza è solo parzialmente associata al cambiamento tecnologico. La principale ragione per cui i lavoratori non ricevono che una quota ridotta del reddito nazionale risiede nel fatto che negli ultimi 30 anni le politiche hanno distribuito i redditi non in rapporto al lavoro ma al capitale. Quella che viene chiamata quota di reddito da lavoro ha iniziato il suo declino in molte economie avanzate intorno agli anni ’80, come negli Stati Uniti e in Giappone, e una tendenza similare è stata osservata in questi ultimi anni anche nei paesi emergenti, in particolare in Cina.

Inoltre, la quota più piccola di reddito da lavoro è stata distribuita in maniera sempre più diseguale tra i lavoratori, con risultati dirompenti. La nuova pubblicazione dell’ILO fotografa una situazione piuttosto deprimente, benché abbastanza comune. Per le economie avanzate, mediamente la quota di reddito da lavoro è diminuita di circa il 10% dal livello massimo registrato alla fine degli anni ’70. Questa forte riduzione nasconde diseguaglianze ancora più gravi in quanto coloro che sono maggiormente remunerati (1%) sono inclusi nella quota di reddito da lavoro. Se questo 1% non fosse calcolato, la quota destinata ai lavoratori diminuirebbe ulteriormente da 2 a 6 punti percentuali.

Riequilibrare le politiche economiche
Lo studio mette in discussione l’opinione generale secondo cui “la crescita dovrebbe prendere il controllo e la ridistribuzione rimanere in secondo piano”. Esso contesta anche l’ipotesi secondo cui la moderazione salariale può stimolare la crescita economica e, di conseguenza, ridurre la povertà. Viene analizzata la duplice funzione dei salari nelle economie di mercato, in particolare il fatto che essi non sono solo un costo di produzione ma anche una fonte che genera domanda. Secondo gli autori, se un certo numero di paesi perseguisse simultaneamente politiche distributive a favore del lavoro, ci sarebbe un significativo miglioramento nella domanda aggregata e nella crescita, come anche nella riduzione delle disuguaglianze.

Secondo una stima se la quota di reddito da lavoro fosse aumentata contemporaneamente dell’1% in tutti i paesi G20, il PIL globale crescerebbe dello 0,36%. Poiché le economie del G20 rappresentano più dell’80% del PIL globale, una strategia a favore di una “crescita trainata dai salari” dovrebbe essere seriamente considerata come politica globale alternativa.

Abbiamo quindi bisogno di “riequilibrare” le politiche al fine di giungere ad una crescita più equa. Ma questo richiede un forte coordinamento politico a livello mondiale.
continua... (portale Lavoro dignitoso - ILO)

Sulla stessa questione, sempre sul portale Ilo sul Lavoro dignitoso, all'indomani del vertice di Davos, è stato pubblicato un interessante articolo di Guy Ryder, che dell'Ilo è direttore generale, dal titolo "La riduzione delle disuguaglianze rafforzerà la crescita economica".

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